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Storia di Pianiga

L’origine dell’abitato di Pianiga è un problema posto e sostanzialmente risolto da uno dei primi storici della comunità, Don Fortunato Giacomello, autore di un fondamentale testo di storia locale: egli, pur considerando quasi inevitabile la frequentazione del territorio comunale fin dall’epoca preistorica, indicò come primi residenti in modo stabile e continuativo i romani, giunti qui tra il II ed il III secolo d. C. . La colonizzazione del Veneto da parte dei romani fu pacifica e portò ad una fusione fra le popolazioni preesistenti ed i colonizzatori: questi condivisero i vantaggi derivanti dall’essere una nazione potente, temuta ed all’apice del proprio sviluppo culturale; costruirono strade, cercarono di regolare il corso delle acque e suddivisero il terreno coltivabile in lotti di identica grandezza, orientati secondo precise direttrici, ancora chiare e leggibili in alcuni punti del territorio (il cosiddetto graticolato romano). Le principali strade che collegavano i centri maggiori del Veneto furono costruite fra il II ed il I secolo a.C.: quella il cui tracciato si avvicinava maggiormente al territorio dell’attuale Pianiga era la via Annia, compiuta nel 131 a.C., che portava fino al vicino municipium di Altino. Le vie maggiori si intersecavano poi con numerosi tracciati viari minori, di interesse locale, lungo i quali si sistemavano i presidi militari dislocati un po’ ovunque a protezione del territorio: anche Pianiga sembra essere nata come accampamento fortificato situato nei pressi di una grossa proprietà fondiaria e questa ipotesi troverebbe conferma dal toponimo della località stessa, che compare nei documenti medievali nelle diverse varianti di Piglianiga, Pilianica, Pegianiga o Piyaniga, dalle quali si potrebbe comunque risalire alle forme Pellianica o Oppilianica - forme derivanti dal nome di un antico proprietario terriero, tale Pellio o Oppilio, con l’usuale aggiunta del suffisso prediale -. Per avere notizie certe di Pianiga bisogna però attendere l’Alto Medioevo, quando si comincia a rintracciarne il nome nei documenti, donazioni ed atti di compravendita. I primi a rivendicare possedimenti nel territorio furono i Partecipazio, nel IX secolo d.C.; in seguito, per donazione “pro remedium animae” subentrarono ai grandi proprietari terrieri laici i monasteri e le congregazioni religiose: ebbero fondi a Pianiga il monastero di Sant’Ilario di Gambarare, quello di San Cipriano di Murano, Santa Maria Mater Domini di Padova, Santa Maria della Misericordia ed il monastero delle Madri di Santo Stefano, questi ultimi ambedue padovani. L’importanza di questi enti sul territorio, sia pure secondo diverse modalità di presenza e di sfruttamento, proseguì durante tutto il Medio Evo e nei secoli della dominazione della Repubblica di Venezia. Numerose anche le terre di proprietà della rettoria e della fabbrica della chiesa di San Martino, la chiesa parrocchiale sorta probabilmente come ampliamento di una cappella o oratorio, della quale troviamo notizie fin dalla prima metà del XII secolo.

Detentore del potere locale era il vassallo, in questo caso inizialmente un vicario dei monastero di Sant’Ilario o di San Cipriano, che nominava un marigo, o capo della comunità; questi era coadiuvato nella sua opera da altri funzionari minori. Questa struttura amministrativa si dimostrò efficiente e fu mantenuta anche dalla Serenissima. La Dominante governò ininterrottamente sul territorio di Pianiga per quasi quattro secoli, dal 1405 alla fine del XVIII secolo, garantendo un lungo periodo di pace: tutto l’entroterra fu suddiviso in podestarie, governate direttamente da un patrizio veneziano rappresentante della Repubblica, ed in vicariati, assegnati annualmente ad un nobile locale, padovano, nel nostro caso, che aveva come diretti superiori il Podestà ed il Capitano di Padova: Pianiga rientrava nel territorio del vicariato di Mirano ed era centro prettamente agricolo dove per lungo tempo, come s’è visto, rimasero pressoché unici proprietari terrieri gli enti religiosi. I patrizi veneziani e padovani cominciarono piuttosto tardi ad intravedere la possibilità di investire in beni fondiari stornando i denari dagli usuali commerci per nave, ormai rischiosi e poco redditizi. A partire dal XVI secolo nella gestione delle proprietà agricole si cominciò a studiare una variazione dei criteri di coltivazione e della tipologia delle derrate prodotte, con l’obiettivo di immettere una parte di queste sul mercato: si cercarono quindi colture redditizie ed attività alternative alla sola agricoltura, come la tessitura della lana e l’allevamento dei bachi da seta, e si procurò di ovviare ai frequenti disastri causati da alluvioni ed esondazioni di fiumi con sistematiche opere di bonifica. A sovrintendere a queste operazioni fu chiamato un collegio appositamente costituito, che fu creato ai primi del Cinquecento (i Savi delle Acque); a questi si aggiunsero successivamente altre figure di riferimento (i Provveditori sopra i Beni Inculti). Il rinnovato interesse nei possedimenti terrieri fu causa della costruzione di numerose ville o palazzi gentilizi, composti di una zona riservata alla famiglia del proprietario (sovente con cappella o oratorio annesso) ed edifici rustici riservati ad ospitare contadini e servitori, garantire riparo ad animali e strumenti di lavoro ed allo stoccaggio dei prodotti dell’azienda agricola; questa maggior ricchezza si concentrò però quasi completamente nelle mani dei grandi proprietari, per lo più estranei alla comunità locale perché residenti per gran parte dell’anno in città, lasciando la popolazione alle prese con l’obbligo di pagare tasse e balzelli e combattere contro la carestia, sempre in agguato, la fame quasi endemica ed il cronico diffondersi della peste e di altre terribili malattie infettive. I contadini avevano famiglie numerosissime, afflitte da carenze alimentari – poco cibo e poco nutriente -, poco igieniche condizioni di vita ed in compenso una enorme mole di lavoro, che quotidianamente gravava sulle spalle di adulti e fanciulli a partire dai sei/sette anni di età. Unico e forse relativo compenso a tante sofferenze era l’aver mantenuto una certa autonomia grazie alla concessione dell’elezione diretta di marighi e degani, attraverso la votazione per ballottaggio.

Le assemblee della popolazione erano indette di norma due volte l’anno ed i partecipanti venivano convocati in chiesa dal suono delle campane; talvolta erano convocate assemblee straordinarie per discutere questioni d’interesse comune e stilare documenti da sottomettere alle autorità. Nel 1796 la situazione politica ebbe una brusca evoluzione: le truppe francesi di Napoleone penetrarono in Italia; con la scusa di combattere l’Impero Austriaco e farsi portatori dei principi di Libertà, Uguaglianza e Fraternità sostenuti dalla Rivoluzione si impadronirono di Verona e mossero alla conquista della Repubblica di Venezia, entrando da conquistatori nella città di San Marco nel maggio del 1797, dove deposero il doge Ludovico Manin. Nell’ottobre dello stesso anno conclusero con l’Austria il Trattato di Campoformido, che sanciva una ridistribuzione delle terre della Lombardia, del Veneto e del Friuli. Gli anni successivi furono molto turbolenti, caratterizzati dal passaggio di numerosi eserciti e da repentini cambi politici e di governo; il dominio francese fu contraddistinto da una risistemazione amministrativa dell’intero territorio, risistemazione poi sostanzialmente mantenuta anche dal governo austriaco, quando questo si sostituì infine a quello napoleonico. Napoleone promulgò alcune note – e discusse - leggi, che ebbero notevole importanza sul piano civile ed economico, quali lo spostamento dei cimiteri fuori dal perimetro della chiesa; furono aboliti gli enti ecclesiastici ed incamerati i beni di questi dal demanio; istituita la leva militare. Nel 1806 vennero creati comuni e dipartimenti: Pianiga, anticamente suddivisa nei due comuni autonomi di Pianiga e Patriarcato, fu istituita il 20 luglio 1806. Nel 1807 furono accorpate al Comune Arino e Cazzago (poi parzialmente scorporati) e successivamente aggiunte Rivale e Ballò. Pianiga risultava compreso nel Dipartimento del Brenta, in Provincia di Padova. Nel frattempo, registrato come Comune di terza classe, aveva ottenuto un proprio Consiglio Comunale, costituito sulla base del censo, all’interno del quale erano eletti un Sindaco e tre Anziani. Con l’arrivo degli Austriaci Pianiga modificò leggermente il proprio territorio (con la perdita di Ballò e l’acquisto di Mellaredo) e più tardi, nel 1853, insieme ad alcuni vicini comuni fu sottratta alla provincia di Padova ed unita a quella di Venezia. Il governo asburgico fu sospettoso ed inviso agli italiani, ma curò molto i lavori pubblici e la pubblica istruzione: vennero tracciate nuove strade e costruita la prima linea ferroviaria, che attraversava la località di Albarea.

Tratto da Riccardo Abati "PIANIGA" Storia, parroci e civiltà contadina in un paese veneto.
Edito dall'Amministrazione Comune di Pianiga.

 

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